Nelle gole vi è un particolare microclima dove alcune piante, a volte anche rare, trovano un habitat ideale per la loro crescita: acqua, freddo, umidità, ombra perenne. Vi sono poi anche versanti molto esposti. Ciò ha permesso la crescita di una rilevante quantità di piante anche molto diverse l’una dall’altra.
Partendo dai punti più alti, esposti o meno a sud, e man mano scendendo fino al fondo delle gole, dove scorre il fiume, la varietà delle piante è davvero impressionante. Nel nostro caso poi, confrontando la parte bassa delle gole con la parte alta, notiamo una rilevante diversità di specie e quantità. Questo perché vi è una differenza di clima: a valle quello classico mediterraneo, a monte poco più freddo. Andando nelle gole non solo d’estate, come di solito avviene, ci si renderà conto di ciò.

LECCIO
È la pianta in assoluto più diffusa. Può essere considerata senz’altro la più conosciuta dalle popolazioni locali, poiché, essendo quella che cresce dappertutto, se ne fa (o meglio se ne faceva) un uso domestico (legna, ombra, ghiande, ecc.). Se non vi fosse questa pianta le pareti delle gole sarebbero molto spoglie, perdendo naturalmente parte del loro fascino. Cresce infatti dalle quote più basse fino a circa 1500 metri slm (timpa di San Lorenzo). Il suo nome, naturalmente nella versione dialettale (“Ilice”) ha dato il nome a diverse località, come il ponte d’Ilice e il piano d’Ilice.  

STAGNE SANGHE”  (nome dialettale)
Questa pianta può essere considerata la pianta erbacea più conosciuta e anche fra le più diffuse (soprattutto nelle gole alte). È tipica della zona calcarea. Il nome locale è legato al suo uso a fini terapeutici: “stagne sanghe” (blocca sangue). Chi la conosce bene sa che le sue foglie sono particolarmente spesse, soffici, vellutate e assorbono i liquidi molto facilmente. I pastori utilizzano queste sue caratteristiche per curare piccole ferite; posano queste foglie su un’eventuale piccola emorragia per bloccarla. Funziona, tanto che gli escursionisti le attribuiscono il nome di “erba emostatica”. Cresce maggiormente nei depositi sassosi e terrosi raggiungendo anche quote elevate (1600 metri slm). È chiamata anche “ereve janghe” (erba bianca) per il suo colore chiaro.  

CAPELVENERE
Chi si avventura nelle gole noterà facilmente che questa bellissima pianta erbacea cresce solamente nelle zone umide o totalmente bagnate (ad esclusione del torrente). Chi vuole ammirare il modo grazioso in cui cresce (addossata alla parete, in piccolissime fratture, nella maggior parte delle sorgenti principalmente a doccia) dovrà avventurarsi nel fondo delle gole. Vi sono comunque sporadici casi dove cresce in posti ombreggiati (pregrotte) poco sopra il letto del fiume. Localmente è chiamata “cinese”.

ONTANO NAPOLETANO
L’ontano non è un tipico albero delle gole del Raganello, ma è solamente un ospite forzato arrivato con la corrente dell’acqua. Trovato un posto adatto e superate varie piene si è stabilizzato in più punti, nella maggior parte dei casi attaccato al fiume. Non vi sono comunque grosse colonie e grossi esemplari. Gli areali più rilevanti sono poco distanti dalle gole lungo alcuni affluenti del Raganello (canale Acquamassa e torrente Maddalena). Chi è già stato nelle gole si sarà senz’altro rinfrescato nelle ore calde sotto la sua ombra. Il nome locale di quest’albero è “Verne”.  

PINO LORICATO
Sembrerà strano, ma anche il Pino Loricato può essere considerato un albero quasi tipico di queste gole. Non cresce naturalmente proprio dentro le gole, ma nelle pareti di due delle tre principali “timpe” (rocce) che le formano (timpa di Conca o di San Lorenzo e timpa di Porace). Le quantità sono più che contenute (circa una trentina di esemplari in tutto), ma il posto in cui crescono compensa questo piccolo “difetto”. Essi sono stati individuati durante un’uscita sociale del Gruppo Speleologico Sparviere che li ha successivamente segnalati all’Istituto Italiano di Selvicoltura di Cosenza. Si è così spostato più ad est l’areale di questa gloriosa pianta. I vecchi pastori già sapevano dell’esistenza di questa pianta nella loro “timpa”, chiamandola “Pioche” e confondendola con quella che cresce lungo il litorale (pino d’Aleppo). Quest’ultima specie è anche presente nelle gole. Una piccola colonia è nel versante sud-ovest di Pietra del Demanio e numerosi esemplari nella Timpa del Magazzino (gole basse).  

ACERO MINORE
Anche questo albero non cresce nelle gole tranne casi particolari. Vi è però una zona di accesso alle gole dove questa varietà di acero è abbondantissima (località “Giampaglia”). Localmente viene chiamato “Occhiène” (anche l’A. Campestre). Non raggiunge quote alte.  

ZAFFERANO GIALLO
Cresce in abbondanza addossato alle pareti delle gole, nelle piccole spaccature delle rocce, dando a questi versanti (in autunno) un aspetto molto caratteristico.  

OLEANDRO
Questa pianta, come si sa, è tipica dei climi mediterranei. Cresce principalmente nei letti dei fiumi e particolarmente nelle fiumare, dove la ghiaia abbonda. Nelle gole del Raganello, pur non essendo una fiumara (almeno per buona parte), è abbastanza presente sia lungo il fondo che in qualche terrazzo anche ad una certa altezza dal fiume, soprattutto nelle gole basse. Nella parte di torrente che è detta fiumara (loc. Crancere e Casaldicchio) questa specie abbonda. La fioritura estiva, il bell’aspetto, la vivacità dei colori hanno notevolmente influenzato la fantasia degli escursionisti dando a molti posti il nome della pianta (salto degli oleandri, conca degli oleandri). Dialetticamente viene chiamata “Landre” ed è considerata velenosa soprattutto per gli asini. Questa credenza ci è stata senz’altro tramandata dai Greci e Romani. Infatti Apuleio nelle “Metamorfosi”, trasformato in asino era in cerca di fiori di rosa. Erano l’unico rimedio per farlo tornare uomo; stava per addentare l’oleandro, quando capì all’ultimo momento che non si trattava di una rosa. Lui, essendo esperto botanico, sapeva che i fiori di oleandro erano mortali per gli asini.  

CAMARRUGE” (nome dialettale)
Ve ne sono due varietà: quella “velenosa” e quella “dolce”. La prima, secondo i locali, è tossica e il latte, che fuoriesce abbondantemente ogni qualvolta si spezza un suo ramo, è molto pericoloso se va negli occhi, un po’ come quello del fico. È una pianta cespugliosa e perenne. I suoi fiori gialli e la forma rotondeggiante della chioma, unite alla vivacità delle sue foglie, trasformano nel mese di febbraio-marzo gli spogli versanti delle gole basse soprattutto nei dintorni del ponte del Diavolo. Nei periodi, invece, pre-estivi (maggio-giugno) si tinge un bel colore roseo. In questo modo diventa molto visibile da lontano e rende le pareti molto particolari soprattutto quella del Demanio. L’altra varietà è molto più piccola e non perenne. In compenso, però, sempre fra febbraio e marzo, i suoi più grossi e vivaci fiori di color giallo vivace, o meglio le estremità dei suoi gambi, ravvivano moltissimo i terrazzi di tutte le gole. Essendo “dolce” è mangiata a volte anche dalle capre. Anch’essa produce molto latte.