Cenni Morfologici
Le montagne che delimitano la valle carsica del torrente Raganello sono: Monte Moschereto (m 1318 slm), Monte Manfriana (m 1981 slm), Serra Dolcedorme (m 2267 slm), Serra delle Ciavole (m 2167 slm), Serra di Crispo (m 2053 slm), Toppo Vuturo (m 1663  slm), Timpa della Falconara (m 1656 slm), Monte Sparviere (m 1713 slm), Serra di Paola S. Angelo (m 1386 slm), Monte Sellaro (m 1439 slm). Questa valle è la più bella e affascinante di tutto il Parco Nazionale del Pollino. Concorderete con noi nel momento in cui incomincerete a frequentarla e vedere con i vostri occhi le maestosità di questi posti. 
Sono da menzionare, inoltre, i rilievi rocciosi che si ergono nella parte centrale della Valle: Timpa di San Lorenzo o di Conca (m 1652 slm), Timpa Porace Cassano (m 1423 slm), Timpa del Demanio (m 855 slm). Una volta viste queste “Timpe” (termine dialettale per indicare le pareti rocciose) non le si dimenticherà facilmente. La loro imponenza colpirà moltissimo, in particolar modo quella di Conca che da quota 600 m slm si erge a forma piramidale fino a quota 1655 m.slm. Insomma un immenso blocco calcareo posto al centro della valle e alto oltre 1000 metri.
La Timpa di Porace Cassano è posta poco più a sud-est. Non è imponente come la precedente, ma vista dall’abitato di San Lorenzo Bellizzi offre il suo lato “migliore”: una parete di ben 700 metri nel suo punto più alto.
Posta nella parte bassa della valle come a guardia della stessa, la Timpa del Demanio è inconfondibile. I suoi 600 metri di dislivello in quasi perfetta verticalità la rendono molto particolare.
Fra questi tre principali picchi rocciosi si snodano, quasi ininterrottamente, circa 10 Km di canyon e ogni valle ha il suo fiume. Ogni canyon prende il nome dalla valle in cui si trova ed in totale è lungo circa 30 Km. Nasce alla “Grande Porta del Pollino” (fra Serra di Crispo e Serra delle Ciavole), ad una quota di circa 1800 metri slm e sfocia nel mare Ionio, precisamente nel Golfo di Sibari. Lungo il suo tragitto raccoglie le acque di vari affluenti, fra i quali spiccano il Canale del Vascello e il Torrente Maddalena Malamorta. Il primo nasce alle pendici di Serra Dolcedorme e il secondo alle pendici del Monte Sparviere. Vi sono naturalmente altre immissioni d’acqua, alcune ad alta quota (Principe, Catrine) e altre a quote basse (Lamia, S. Angelo, S. Venere, Lasca). Non mancano nemmeno quelle che sgorgano dentro le gole da numerose fenditure.
Tutto ciò rende il Torrente Raganello molto ricco d’acqua anche nei periodi di forte siccità.
A questo punto si capisce facilmente che questa gola è davvero particolare. Oltre alla bella cornice, vi sono pareti particolarmente alte che la rendono quasi unica, poiché in Italia e in Europa le gole con queste caratteristiche (alte temperature, abbondanza di acqua, lunghezza rilevante, ecc.) sono rare. Inoltre, speriamo ancora per molto (questo dipende anche da voi futuri visitatori), è particolarmente intatta e ancora tutta da scoprire.
Le gole hanno inizio nei pressi della sorgente della Lamia, a quota 720 metri slm, e terminano dopo circa 10 Km, nelle vicinanze del “Ponte del Diavolo”, a quota 226 metri slm. Nella parte medio-alta, nei pressi dell’abitato di San Lorenzo Bellizzi, la parete sinistra (orografica) scopare sotto i terreni argillosi e franosi di una propaggine di Serra di Paola, interrompendo così le gole vere e proprie per un chilometro e mezzo circa. Il canyon si trasforma prima in un classico torrente e poi in fiumara. Più giù, naturalmente, la parete ridiventa gradualmente elevata.
Per questo motivo vengono suddivise in due parti ben distinte: quelle di monte dette localmente “Jacca i Varile” (stretta dei Barili) e quelle di valle dette di "Pietraponte Santavenere Civita". Una parte di queste ultime viene definita centrale (Pietraponte Santavenere).
Quelle di monte, lunghe 2 Km e 200 metri, vanno dalla località Palmanocera alle sorgenti della Lamia ed hanno un dislivello di 150 metri. Sono quelle più selvagge e le meno antropizzate, almeno attualmente. Sarebbe sbagliato dire che sono le più belle, ma hanno qualcosa di diverso rispetto alle altre. Innanzitutto sono più impegnative perché presentano vari tratti con salti non facilmente aggirabili e le uniche vie di fuga sono un po’ complicate. L’acqua è più fredda rispetto agli altri punti. Inoltre, un caratteristico passo le attraversa in tutta la loro lunghezza. La cosa che le contraddistingue, secondo il nostro parere, è la morfologia. Dalla piazzetta “Dietro Chiesa” di San Lorenzo Bellizzi ci si renderà conto della loro maestosità. A destra, enorme e quasi a mezzaluna, la timpa di Conca o di San Lorenzo con un dislivello, come già detto, di quasi 1000 metri, perfettamente inclinata (solo da questo lato) ed in parte spoglia. A sinistra, il tozzo e grosso gruppo roccioso di Timpa Porace Cassano con alle pendici la bella e storica “collina” di Palmanocera. Poco più giù, a circa 570 metri slm, il torrente, che scorre fra le loro vicinissime pareti. Un paesaggio così è molto difficile trovarlo. Se poi si sommano a queste indubbie bellezze paesaggistiche quelle storiche, faunistiche e floreali, ci si renderà conto che non stiamo esagerando.
Le gole centrali vanno dalla “Briglia (diga) del Mezzogiorno” al “Ponte d’Ilice”, sono lunghe 1 Km e 900 metri e hanno un dislivello (esclusa la diga che è circa 40 metri) di 80 metri. La loro caratteristica principale è di non avere pareti estremamente alte. Infatti il versante sinistro (orografico) ha pareti rocciose che superano di poco i 100 metri (Timpa ‘i Chendùre). Nella loro parte iniziale vi è un breve tratto (400 metri), detto Pietraponte, dove a volte la stessa parete non è più alta di 10 metri. Vi sono poi due punti di facilissimo abbandono in caso di piena improvvisa e numerosissime sorgenti perenni. Queste gole centrali sono l’ideale per chi vuole sperimentare per la prima volta l’ebbrezza del torrentismo classico. È qui che ha sbocco l’impressionante affluente detto Grimavolo. Le sue alte cascate nei periodi di piena possono essere ammirate comodamente dal terrazzo della roccia di “chendùre”.
Vengono dette gole basse quelle comprese nella parte di canyon che va dal Ponte d’Ilice al Ponte del Diavolo: sono lunghe poco più di 4 Km e il loro dislivello è di 164 metri. Anche queste, come le precedenti , hanno un andamento principalmente orizzontale, tranne alcuni piccoli tratti particolarmente inclinati. Come si potrà notare, la loro lunghezza è tanto rilevante da dargli il primato del tratto più lungo. Anche queste, come quelle alte, sono molto spettacolari in particolar modo se osservate da determinati punti: quello più classico è dalla statale 105, dove il paesaggio è dominato dalla massiccia Timpa del Demanio con i suoi 600 metri di dislivello, quasi tutti a picco sul torrente. Vi è poi, sulla parete opposta, il paese di Civita, arroccato come un nido d’aquila.

 

Aspetti umani 
Le gole, anche se poco accessibili, sono sempre state frequentate dagli uomini che le hanno sempre rispettate, conoscendo bene cosa potevano provocare. Questo ha avvantaggiato quelle persone poco oneste (banditi, ladri, briganti, malfattori) che ne hanno fatto, soprattutto nel secolo scorso, la loro dimora prediletta. A testimonianza di ciò alcuni toponimi sono ancora in uso (grotta dei Briganti, grotta di Marsilia, ecc.) e numerose leggende vengono ancora raccontate dagli anziani. Naturalmente questo regno era condiviso da tante altre persone che non avevano niente da spartire con i loro vicini. Essi sopravvivevano grazie alle gole e ai loro prodotti. Principalmente si trattava di pastori che svernavano nei versanti esposti a sud. Il caso della timpa “Cinde” (o “Ciende”) è quello più significativo. Le sue rocce, site nei pressi del ponte d’Ilice, a detta degli anziani, sono state sempre utilizzate e frequentate da numerosi greggi (pecore principalmente) che trascorrevano lì l’inverno in piccole, ma confortevoli, grotte. I pastori costruivano raccoglitori d’acqua e sentieri strapiombanti utilizzando rami che fungevano da ponti per raggiungere i più inaccessibili terrazzi erbosi, detti localmente “banghe”. Alcuni nomi di sentieri (ormai purtroppo in disuso) testimoniano ciò: “a carrara da cienda a fundana” (sentiero della fontana di “ciende”) e “carrare i ponticiedde” (sentiero dei ponticelli). Erano proprio questi terrazzi erbosi fra verticali pareti che attiravano i pastori; i più famosi sono quelli di “banghe i mienze” (terrazzo di mezzo), posto nella parte bassa delle gole, e quello di “ereve nette” (erba pulita) nella parte alta. Comunque questi terrazzi non erano ambiti solo dai pastori, ma soprattutto dai contadini che hanno occupato fino a pochi decenni fa i terrazzi più grossi e comodi (Sacchitello, Massaro, Mancosa, Murge, S. Anna). Naturalmente le più grosse colonizzazione sono state fatte in terreni adiacenti alle gole. Vogliamo ricordare fra tutte la località Bellizia nel comune di San Lorenzo Bellizzi, che fino agli anni ’50-’60 era agitatissima. Per raggiungerla c’erano solamente due vie: quella di colle di Conca e quella di passo di Barile. Entrambe particolarmente affascinanti almeno agli occhi di noi escursionisti. La prima era frequentata soprattutto d’estate perché in inverno, data la cattiva posizione del colle (valico), esposto ad ovest, e l’altezza (1300 metri circa slm), non era facile oltrepassarlo. L’altra, senza altro la più particolare, si poteva percorrere in tutte le stagioni, ma (per un brevissimo tratto) non a dorso di cavalcatura. Essa entra nelle gole alte (“jacca i varile”) dalla parete di Porace Cassano, e presenta in un tratto un ripido pezzo fra una verticale e alta parete.

 

“RAGANELLO”: perché questo nome
L’attuale nome del Raganello è stato senz’altro dato nel periodo bizantino. Deriva molto probabilmente dal greco “ragas” che sta ad indicare un dirupo roccioso. Infatti il Raganello scorre lungo degli impressionanti dirupi, dette gole. Gli abitanti dell’antica e ormai scomparsa cittadina di Palmanocera non potevano attribuirgli un nome più azzeccato.
Il narratore Vincenzo Barone lo fa poi derivare anche dal termine locale “ragàre”, cioè trascinatore: fiume che trascina a valle tutto. Noi aggiungiamo che un’altra versione dello stesso vocabolo (“rragàre”) indica “lottare, litigare”. Forse le acque del torrente chiuse fra le strette pareti rocciose litigano e lottano con i macigni e le pareti come se volessero arrivare prima al mare. Il tratto di monte delle gole viene chiamato “jacche i varile” (strette dei barili). La leggenda spiega questo nome col fatto che nei periodi di forte pioggia in questa gola si sentono particolari rumori simili a quelli che un barile o una botte fanno quando rotolano lungo un selciato in forte discesa. Quei rumori non sono altro che i sassi che urtano fra di loro e con le strette pareti rimbombati dalle gole.
Alcuni invece lo hanno fatto derivare dal nome di una piccola rana molto conosciuta (presente in questo torrente, almeno attualmente): la raganella. Di rane, dette localmente “vurracchie”, ve ne sono in abbondanza, ma di specie diverse.
Ma come veniva chiamato prima dei Bizantini?
Alcuni lo identificano col Kylistaros di Eracle ed altri con l’Acalandros di Stradone. Queste denominazioni sono condivise con il vicino torrente Saraceno, che alcuni storici identificano con gli stessi fiumi mitologici. Altri ancora identificano l’Acalandros con il torrente Ferro, poco più a est dei precedenti.
Da ciò si può dedurre la comprensibile confusione. Individuare il vero Kylistaros e Acalandros sarà molto difficile: lasciamo che la mitologia rimanga tale.
 
I Ponti fatti di sassi (o, meglio, fatti da un solo sasso)
Di sassi incastrati fra le pareti delle gole ve ne sono vari: quello nelle gole alte, quello di Rotaplano, quello di Pietraponte, quello del cacciatore e quello delle gole nelle gole; non va escluso naturalmente il sasso incastrato nella verticale gola del Caccavo. La metà di questi, e non è difficile capire di quali si tratti, venivano e in parte vengono utilizzati per superare l’impetuoso fiume nei periodi di piena. Ci passavano le greggi, soprattutto capre, per arrivare facilmente alle pareti opposte per pascolare nelle “libere” e succose erbe di roccia.
Erano utilizzati anche dagli stessi pastori (ultimamente un po’ di meno) per raccogliere le capre smarrite ma anche per andare a caccia di colombacci e talvolta di istrici, volpi e tassi. Per fortuna tale pratica si è ridotta. Qualcuno ci ha raccontato di alcune uscite di caccia alle gole del Grimavolo (a cui si arrivava utilizzando la Pietraponte del cacciatore), durante le quali si riusciva a portare a casa fino a un centinaio di volatili. La cifra sarà senz’altro esagerata, ma pensiamo non di molto. Era inoltre utilizzato anche dai pastori che se ne servivano per passare al versante opposto alla contrada agricola di S. Venere per andare a raccogliere fogliame sempre verde (lì in abbondanza) da dare poi agli armenti. Quello di Pietraponte, il più famoso e frequentato, è stato più volte anche oggetto di disputa.
Attualmente questi ponti naturali vengono percorsi (solo Pietraponte e Rotaplano) principalmente da quei pochi escursionisti, per la maggior parte insensibili, che vogliono esplorare le gole, disinteressandosi della loro manutenzione anche saltuaria, al contrario di come si faceva un tempo.