Il Parco Nazionale del Pollino, istituito nel novembre del 1993, si estende tra la Calabria e la Basilicata lungo l’estremo braccio meridionale del cosiddetto “Appennino Calabro-Lucano”. Occupa una vasta superficie e comprende più di 50 comuni, di cui quasi la metà è situata in area lucana e il rimanente in area calabrese. Il cuore di questa grande zona protetta, una delle più vaste d’Italia, è senz’altro rappresentato da un’imponente dorsale montuosa di circa 9 chilometri da Sud-Est a Nord-Ovest. Le maggiori altitudini sono rappresentate dal Monte Manfriana (1981 metri), dalla Serra Dolcedorme (2267 metri), dal Monte Pollino (2248 metri), e dalla Serra del Prete (2180 metri). Una successione di rilievi che, per la particolare posizione geografica, nel tratto compreso tra Maratea e Belvedere Marittimo, permette di ammirare sia la costa tirrenica che quella ionica con l’ampio Golfo di Sibari in primo piano. Tale dorsale di natura calcareo-dolomitica costituisce di fatto una lilea di demarcazione fra due ambiti territoriali con caratteristiche geomorfologiche e paesaggistiche a sé stanti: la parte settentrionale, per lo più in area Lucana, è infatti caratterizzata da sistemi di alture che degradano più o meno dolcemente verso la valle del Fiume Sinni e che solo a Nord-Ovest, con il Monte Alpi (1900 metri), ritrovano di nuovo un rilievo considerevolmente elevato; la parte meridionale, in area calabra, al contrario è contraddistinta da un andamento della superficie più disturbato per la presenza frequente di ripidissimi costoni rocciosi e profonde forre. Oltre il valico di Campotenese, si raccorda a questa formidabile barriera montuosa un’ulteriore catena di rilievi, situati a breve distanza dal litorale tirrenico e ormai comunemente noti con l’appellativo di Monti di Orsomarso. Le vette maggiori sono quelle del Cozzo del Pellegrino (1987 metri), della Mula (1935 metri),e di Montea (1783 metri). Poco più a sud di quest’ultima montagna la profonda valle del Fiume Esaro costituisce l’estremo confine meridionale del Parco. Sebbene l’ossatura geologica del territorio veda soprattutto nei calcari e nelle dolomite le rocce più frequenti, vi sono anche aree che presentano affioramenti di rocce vulcaniche. È il caso della Timpa di Pietrasasso (1362 metri) e della vicina Timpa delle Murge (1441 metri) entrambe nel territorio di Terranova del Pollino, costituite da rocce basaltiche. Un altro affioramento importante di questo Parco, anche se non sempre citato dagli studiosi, è costituito dai Flisch, presenti in particolare nei comuni di Albidona e Alessandria del Carretto.
Tutta questa vasta area possiede una idrografia superficiale molto sviluppata, che vede nel fiume Sinni (a nord), nel fiume Lao (a sud) e nei numerosi loro affluenti i principali corsi d’acqua del territorio. Il Sinni scorre completamente lungo un’ampia vallata scavata all’interno di spessi depositi alluvionali e rappresenta, con 94 chilometri di lunghezza complessiva e una portata media di oltre 23 metri cubi al secondo, il corso d’acqua più importante del versante del Parco. I suoi affluenti maggiori sono il Torrente Frido e il Fiume Sarmento. Il primo nasce nel cuore del massiccio del Pollino, con una serie di sorgenti che prendono origine dal versante occidentale degli estesi pianori d’alta quota denominata “Piani del Pollino”. Dopo un percorso di circa 25 chilometri, arricchendosi delle acque di numerosi canali tributari fra cui quelle del Torrente Peschiera, il Frido sbocca nel Sinni a valle dell’abitato di Francavilla in Sinni. Questo corso d’acqua è importante perché lungo il suo letto esistono numerosi mulini risalenti al XVIII e al XIX secolo, attestanti l’intenso utilizzo dell’energia idraulica per le attività economiche connesse alla macinatura dei cereali. Il Sarmento nasce invece in località Casa del Conte, presso Terranova del Pollino e, dopo un percorso di ben 36 chilometri, si immette nel Sinni poco prima del centro di Valsinni. Qualche chilometro più a monte l’acqua del Sinni viene raccolta in un grande invaso artificiale, originando il Lago di Monte Cotugno. Tale lago rientra completamente nel territorio del Parco e ne costituisce il suo estremo confine settentrionale. Sul versante calabrese il Lao è il fiume più sviluppato del territorio: lungo 51 chilometri dalle sorgenti fino al mar Tirreno, dove sfocia immediatamente  a Sud di Scalea, presenta un corso che, per la maggior parte, si svolge entro una vallata profondamente incassata nella roccia. Il Lao, che nasce in territorio lucano nei pressi di Viggianello  e Rotonda, per buona parte del suo percorso è conosciuto come Fiume Mèrcure. Sul versante orientale del Parco, infine, si sviluppa un corso d’acqua che, sebbene più modesto rispetto agli altri finora citati, è noto a molti per le sue impressionanti gole, lunghe circa 9 chilometri e meta sempre più frequente di comitive di escursionisti attratti dall’affascinante bellezza del luogo. Si tratta del Torrente Raganello, le cui sorgenti si alimentano da numerosi canali situati tra la Serra delle Ciavole e la Timpa della Falconara. Il Raganello, penetrando in una profonda forra alle spalle del maestoso bastione calcareo della Timpa di San Lorenzo (1652 metri), dopo un breve tratto all’aperto rientra nuovamente in Gola alle falde occidentali del Monte Sellaro (1439 metri); ne fuoriesce definitivamente, dopo un percorso assai suggestivo fatto da cascate, marmitte e vasche ricolme di limpidissima acqua, sotto il Paese di Civita. Il luogo è giustamente famoso per l’imponenza delle balze di roccia che lo sovrastano: le rosse pareti rocciose della Pietra del Demanio, di fronte all’abitato di Civita, precipitano con un unico salto verticale di circa 600 metri nelle ormai placide acque del torrente, che di lì a poco sfoceranno nel Mar Ionio, e per i famosi due ponti: il Ponte d’Ilice e il Ponte del Diavolo (ricostruito dopo il suo crollo).
La parte più depressa dei Piani del Pollino è nota col toponimo di Piano Toscano e rappresenta di fatto l’area più pianeggiante del luogo, essa presenta sulla sua superficie le tracce di antichi fenomeni glaciali, morene e cerchi scavati dal peso dei ghiacci che si accumularono sulla cima del massiccio nel corso dell’ultima glaciazione. Il Piano di Toscano palesa, inoltre, ad un’osservazione attenta, la sua natura prevalentemente carsica. Una serie di piccole doline e inghiottitoi, infatti, funge da punti di assorbimento idrico durante la stagione delle piogge o allorché si disciolgono le nevi invernali. Un inghiottitoio, in particolare, si distingue per la sua grandezza: è il cosiddetto “Trabucco del Pollino”, segnalato per la prima volta agli inizi dell’ottocento da un gruppo di viaggiatori napoletani (L. Patagna, G. Terrone e M. Tenore) che, nel resoconto di una loro escursione con finalità botaniche sulle vette del massiccio, così scrivevano: “discesi alquanto in altro leggero avvallamento, la nostra guida ci ha condotto al luogo detto Trabucco del Pollino, ove a piè di un colle, larga voragine accoglie tutta l’acqua di quell’altopiano, e dei monti vicini: circostanze che contribuisce a non dar luogo ai ristagni, ed ai laghi che sogliono incontrarsi nei grandi bacini cinti da simili corone di monti. Quest’acqua, a giudizio della guida, ricompare alla falda opposta del Pollini, presso Frascineto, nel luogo detto La Pietà”.
In generale, tuttavia, è l’intero territorio del Parco ad essere interessato dalla presenza di notevoli e sviluppati fenomeni carsici. Attualmente sono note circa 160 cavità naturali, quasi la metà delle quali sono ubicate in territorio calabrese. Qui è soprattutto il Monte Sellaro, nel comune di Cerchiara di Calabria, che si mette in evidenza per l’alta concentrazione alle sue pendici di sistemi sotterranei di grande importanza. L’Abisso del Bifurto, profondo 671 metri, è senz’altro la cavità che, più di ogni altra, impressiona per le sue caratteristiche interne. Ancora da segnalare sono, nel territorio di Cerchiara di Calabria, le cavità attraversate da acque sulfuree calde (30° in media) come Voragine San Marco o Balze di Cristo. Ma è la grotta del Romito, nel territorio di Papasidero, che rappresenta in un certo senso l’emblema del fenomeno carsico profondo del Parco Nazionale del Pollino. La sua importanza non le deriva da qualità speleometriche (come sviluppo e profondità ragguardevoli, ampiezza di ambienti interni, ecc.), ma dal fatto di essere stata la sede di una remota frequentazione umana che ha lasciato di sé tracce macroscopiche. La fantastica corona di montagne e creste rocciose che protegge i pianori d’alta quota, nel cuore del massiccio centrale del Pollino, offre ospitalità ad un albero che, per la sua rarità, è diventato il simbolo del Parco: il Pino Loricato (Pinus Leucodermis Antoine). Questa maestosa specie è diffusa in quattro differenti zone all’interno dell’area protetta. Sebbene il Pino Loricato rappresenti ormai l’albero più famoso del Parco, esso non è il solo a caratterizzare la copertura arborea del territorio. Innanzitutto sono da segnalare gli estesi boschi di Faggio (Fagus Selvatica), che contraddistinguono quasi ovunque la fascia altitudinale compresa fra i 1000 e i 2000 metri. Tanto le pendici della dorsale montuosa che va dal Monte Manfriana alla Serra del Prete, quanto i Monti dell’Orsomarso, sono praticamente rivestiti da fitte foreste di Faggio. Il Bosco Magnano, a ridosso del Torrente Peschiera, è una delle più vaste foreste di Faggi e Cerri presenti nel Parco, giustamente famoso per la presenza di piante ultrasecolari. Alle quote maggiori, approssimativamente sopra i 1500 metri, il Faggio coesiste spesso con l’Abete bianco; sotto tale limite, invece, ad esso si aggiungono altre specie forestali come il Carpino, l’Acero Montano, l’Olmo, il Tiglio e soprattutto il Cerro. Sotto i 1000 metri di altitudine, e fino agli 800 metri, dominano nel territorio differenti varietà di querce, dalla Rovella al Cerro, che spesso coesistono in boschi misti di Carpino Orientale, Acero, Castagno e Ontano Napoletano. Ancora più in basso è invece la Macchia Mediterranea a farla da padrona, con associazioni di Leccio, Lentisco, Ginepro, Mirto, Roverella e Ginestra comune.